Baffetti


E’ stata tutta colpa del mio medico, alla fine ho dovuto ucciderlo.
Ma procediamo per gradi.
Venti anni fa avevo 14 anni e avevo un viso liscio liscio, come il culetto di un bambino dello spot dei pannolini. Avevo dei compagni di classe con le gote perfettamente levigate e bianche e qualche peletto che già iniziava ad affacciarsi sul labbro superiore, a fare da cornice al naso.
Peletti biondi o al massimo castani che in alcuni si vedevano solo in controluce, in altri più scuri creavano una peluria che perlopiù era considerata da sfigati. Infatti i miei compagni si vergognavano e si facevano insegnare dai genitori come ci si rasa.
Che invidia il compagno di banco con il taglietto da rasatura sul labbro, con il mento glabro in mezzo al viso a buccia di pesca, con i peletti finissimi e incolore tutto intorno!
Io nulla, nemmeno un peletto. Provai persino a rasarmi pur non avendo nulla da rasare, credendo a quel che si dice: “più ti rasi più i peli crescono in fretta e grossi” ma nulla.
Il fatto stava diventando un problema per me, un problema serio perchè ero adolescente ma mica scemo, qui si metteva a rischio la mascolinità e io volevo i baffi prima di mettere l’apparecchio ortodontico. Pallido, magro, con il ferro ai denti e senza manco i baffi sarebbe stato troppo.
Mio nonno morì di mercoledì, me lo ricordo bene perché la sera c’era la partita di coppa campioni e la festa era rovinata. Essere l’unico nipote maschio aveva degli svantaggi, tipo doversi sorbire i pizzicotti e i baci di tutte le zie e tutte le altre menate della famiglia a conduzione matriarcale ma anche un vantaggio, quello di essere l’unico destinatario delle considerazioni dei maschi che contano della famiglia che in te ripongono le proprie fantasie ereditarie.
Mio nonno era ovviamente il maschio della famiglia che contava di più.
Mio nonno durante la seconda guerra mondiale era imbarcato, fu fatto anche prigioniero, aveva le sue medaglie in bella vista ma io non ero molto interessato alla cosa, lo era più mio padre.
A me il nonno lasciò una parte delle sue cose, una cassa di ricordi.
A casa arrivò un bauletto non del tipo di quelli dei film sulla caccia al tesoro dei pirati ma molto più rozzo, comunque in legno e chiuso da un lucchetto talmente ossidato che pensavo si sarebbe spezzato come il tonno, con un grissino.
Alla fine non fu così facile e ci volle maggiore forza e comunque rimase intatto, cedette prima la cerniera che incardinava il coperchio.
Nel baule c’erano diverse cose interessanti: una medaglia mai portata fuori ma questa volta non sua, delle foto in bianco e nero di una nave e alcune cartoline, un cerchio in fil di ferro con delle chiavi, un nastro di cotone di colore rosso e un pezzo di canottiera intriso di quello che sembra sangue. Un paio di bossoli inesplosi, la capsula di un grosso proiettile vuoto, un cappello da marinaio pieno di muffa e tre scatolette in latta di forma circolare, simili a quelle che contengono il grasso per nutrire la tomaia delle scarpe in pelle.
Sul coperchio della lattina l’illustrazione era parecchio strana, raschiata e poco riconoscibile e anche le scritte erano in carattere gotico, frasi in tedesco.
Papà ha messo tutto sul tavolo della cucina in bella mostra per decidere di cosa disfarsi e le tre lattine erano nella porzione di tavolo anticamera della pattumiera così me ne sono preso una e l’ho esaminata per bene.
Un accenno di filettatura sul profilo mi ha fatto capire che l’avrei aperta semplicemente ruotando il coperchio e la base in direzione opposta e così feci.
Con mia grande sorpresa il coperchio della lattina, visto al suo interno, aveva stampigliato un bel paio di baffi neri, rettangolari, separati da una striscetta, insomma i baffetti alla Hitler e sotto una scritta in tedesco che ovviamente non capivo.
Il contenuto della lattina era una specie di pomata inodore, simile alla gelatina della carne in scatola ma tenera e spalmabile e visto che era spalmabile me la sono spalmata su un braccio, a dire il vero in pochissima quantità.
Il giorno dopo, di primo mattino, preparando lo zaino per andare a scuola ho notato un ciuffetto di peli nerissimi proprio nel punto dove avevo spalmato la crema.
Mi si è accesa una lampadina sopra la testa, come quelle che si vedono nei fumetti e, siccome sono glabro e un po’ imbranato ma non sono scemo, me ne sono spalmato un po’ di più (un bel po’ a dire il vero) ma su una spalla, in modo che male che andasse potesse essere un posto che potevo coprire.
La cosa curiosa è che per tutto il giorno ho monitorato la spalla senza vedere nulla che spuntasse. La mattina successiva invece, come se qualcuno avesse lavorato in tal senso durante la notte, mi ritrovai la spalla piena di peletti neri e ben definiti, mi viene ancora un brivido lungo la schiena a pensarci, dei peli che erano baffi. Avevo un bel paio di baffi sulle spalle.
Da quel giorno passò circa una settimana durante la quale nascosi la lattina di crema e riuscii a vincere la tentazione di andarla a riprendere e usare.
Ma non ho resistito più di otto giorni, poi ho dovuto riesumare la cremina portentosa e ho puntato in alto, forse troppo in alto, e mi sono dato una bella spalmata sul labbro, appena sotto il naso.
Due baffetti alla Hitler, inutile girarci intorno, mi sono cresciuti due bei baffetti alla Hitler.
Per evitare figure barbine (sic!) era sufficiente tagliarmeli la mattina appena alzato e per tutta la mattina non sarebbero ricresciuti per rispuntare tutti insieme e già cresciuti la mattina successiva.
I primi giorni li tagliavo, poi ho provato a rasarli al minimo e a colmare lo spazio tra i due rettangolini di peli con una matita nera da trucco, giusto per non ricordare troppo Hitler.
Alla fine non li rasavo nemmeno più, li lasciavo così, non erano nemmeno da curare, rimanevano alla Hitler senza crescere di un millimetro, già completi.
E’ andata avanti così per quasi 8 anni e quando ho cominciato a stempiarmi ho preso a spalmare la cremina anche in testa.
Un anno e mezzo fa ero un perfetto giovane Hitler, una fotocopia, baffetti e pettinatura identici.
Poi iniziò anche qualcos’altro, cominciai ad abbozzare su fogli da disegno prospetti di edifici, nature morte, non un granchè, ma mi piaceva.
L’ultimo anno e mezzo è stato un delirio. Pestaggi, svastiche incise sulla schiena a poveretti, ira incontrollata e uno scritto che mi è venuto in testa da solo e che ho cominciato a scrivere…
“Esistono razze elette e superiori, destinate a comandare, e razze spregevoli e inferiori, destinate a servire. Non si può parlare né di uguaglianza né di fraternità tra gli uomini; tali idee sono inaccettabili perché contro natura. E’ giusto invece che certi individui e certe razze – quelli superiori – si impongano sugli altri e li costringano a obbedire. E poiché i tedeschi eccellono su tutte le razze, essi hanno il dovere e il diritto di guidare il mondo”.
E poi ancora, come un torrente in piena: “A dominare sarà una razza superiore, una razza di padroni, che disporrà dei mezzi e delle possibilità di tutto il globo.”
Sentivo l’urgenza di scrivere questi abomini senza sentirli del tutto miei, tra l’altro al liceo ero una frana nello scritto di italiano.
La sensazione di disagio è divenuta presto un’ossessione e nei momenti di lucidità un’esigenza di liberarsi di un’oppressione o meglio di un invasore.
L’ultima è stata uccidere il mio medico di famiglia che si rifiutava di visitarmi e trovare un rimedio per i miei baffi persistenti e per gli attacchi d’ira. Beh questa bravata mi è costata il manicomio criminale ma io non sono pazzo.
Certo avrei potuto evitare di spalmare tutta la crema che mi era rimasta in faccia ai bambini che uscivano dalla scuola elementare ma ormai, quello che è fatto è fatto.
E poi non si sta poi tanto male in questa stanza imbottita, non fosse per il dolore che ho ad un testicolo, un dolore lancinante, come mi stesse esplodendo.

Simone Bellisai

Una risposta a Baffetti

  1. [...] nuovo racconto breve intitolato “Baffetti” che ho scritto recentemente e pubblicato sul mio blog personale Spifferi. Segnala questo articolo: Share this post with the [...]

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